Il professor Giuseppe Quintavalle, oltre a dirigere la Asl Roma 4 Civitavecchia, è impegnato da tempo nella cooperazione sanitaria con l’Africa. Il suo ultimo viaggio in Uganda, come accaduto per lo Zambia, potrebbe essere ancora una volta una missione apripista per un intervento di GHT Onlus.
Professore, ci parli della suo viaggio Uganda, come è nato?
«Come ogni anno, insieme a un gruppo di compagni di viaggio ormai storico, scegliamo di volta in volta una sede dove poter intervenire. Chiediamo di che tipo di ausilio hanno bisogno e cerchiamo di programmare una missione. Un paio di mesi fa abbiamo deciso di tornare dai nostri amici Camilliani, conosciuti a Bangalore (in India), dove partecipammo a un progetto di potabilizzazione delle acque fluviali in un centro che aveva in cura bambini malati di Hiv. Un nostro amico sacerdote si è trasferito da lì a Jinja, in Uganada, una cittadina di 70mila abitanti vicino alle sorgenti del Nilo Bianco, e abbiamo pensato di contribuire alle attività sanitarie della missione».
In che modo?
«Occorrevano strumentari medici di base, non come due anni fa in Zambia dove abbiamo rigenerato un intero servizio di endoscopia digestiva. Lì c’è un pronto soccorso aperto 24 ore su 24, oltre a un laboratorio di base con un infermiere, una figura intermedia e un medico. Poi ci siamo dedicati alla cooperazione con delle associazioni locali e abbiamo contribuito al sostegno delle attività della missione. La settimana scorsa abbiamo organizzato una cena assieme alla Comunità di Sant’Egidio di Civitavecchia, che ha trasmesso il ricavato ai Camilliani per investire in formazione e assistenza scolastica. Questo significa vaccini, cibo sano, pulizia. Si tratta di scuole gestite da suore dove centinaia di bambini vengono quotidianamente assistiti».
Come è nato il suo interesse per l’attività di GHT Onlus?
«Tre anni fa, in Malawi, abbiamo partecipato direttamente all’attivazione della centrale di telemedicina. Quest’anno Michelangelo ha aperto il centro in Zambia, dove siamo stati due anni fa e abbiamo suggerito l’attivazione del servizio. Crediamo che questi centri vadano aperti in strutture solide, dove ci sono organizzazioni importanti che non hanno il problema di poter fallire o interrompere le loro attività. Anche la missione in Uganda possiede questi requisiti e potrebbe ospitare il servizio di telemedicina».
Cosa ne pensa dell’utilizzo della telemedicina in cooperazione e in sanità?
«Mentre da noi può essere molto complesso – per ovvie ragioni di privacy medico-legale, di organizzazione e di rapporti – lì è indispensabile. Con questi progetti si collegano zone molto lontane dalle città. Il concetto di lontananza dell’Africa è completamente differente dal nostro: 50 chilometri africani sono come Roma-Napoli da noi, ci vogliono due ore e mezzo. Poi è molto utile per l’aspetto cardiologico, perché non esistono specialisti. Se in un ospedale come Mtendere, che fa 2000 interventi l’anno, 1600 parti e 60mila prestazioni diagnostiche, ci sono solo 5medici, questo da l’idea della fame di specialisti che c’è da quelle parti. La telemedicina è indispensabile anche in dermatologia e per la parte radiologica (nei posti dove esistono le radiografie). Si sta facendo un ottimo lavoro e deve essere sempre più implementato, a condizione che che venga fatto con enti o strutture che ne garantiscano la continuità».
Ultimamente la cooperazione è sotto attacco, anche dal fronte politico. Cosa ne pensa?
«Per quanto mi riguarda, di fronte a una persone che chiede aiuto non esiste nazionalità. Tra l’altro faccio notare che il giuramento di Ippocrate va al di là delle considerazioni politiche, è un giuramento tecnico, deontologico ed etico. Per quanto riguarda l’immigrazione, il punto non è politico. Se qualcuno rischia la vita su un gommone va curato. E ho molti dubbi anche sul fatto che rimandare i migranti a casa sia un successo».